Virginio Bianchi

visto da Lodovico Gierut - 1999

Siamo un po' tutti degli innamorati ad oltranza della terra di Versilia: una striscia di sabbia incantata, incastonata nell'arco delle Apuane, che da sempre è stata scelta quale meta da parte d'artisti famosi o poco noti, o semplici "innamorati del bello".

Oggi sono soprattutto gli scultori a scegliere questo spazio, in cui - del resto - possono reperire i materiali più adatti al loro mestiere, o trovare la collaborazione dei migliori Maestri artigiani, come i luoghi che maggiormente si convengono, alla scelta di vita dell'uno e dell'altro.

Anche oggi, come ieri, ci sono i pittori che cercano e spesso assimilano i giusti stimoli creativi nelle valli dello stazzemese, nelle distese pianeggianti di Querceta e di Capezzano, o nella zona pinetata di Viareggio ...
Li conosco molto bene, e posso affermare che i migliori mirano più che altro ad un discorso riflessivo, sfociante nel contenuto dell'opera.

Non sono degli isolati, si badi bene, ma tutti o quasi - ponendosi come traguardo primo la serietà del mestiere e la completezza dell'espressione - raggiungono fini esatti, in quanto il loro comportamento è in un certo senso simile a quello d'alcuni artisti del passato, i quali, stabilmente o periodicamente, dalla Versilia hanno saputo trarre il massimo.

Vi hanno saputo cogliere, leggendo nelle pieghe del tempo, gli sfavillii e le ombre e gli "ingredienti" tutti, utili per una pienezza artistico/culturale.
I più validi d'oggi, se guardiamo bene, sanno capire quali possibilità - nell'intensità del proprio tempo - possono dar loro movimenti e concetti nazionali e internazionali.

Spesso parlo con questi pittori, o almeno con la maggior parte di loro, e - guarda caso - analizzando "il passato da non dimenticare", viene di solito fuori il nome di Virginio Bianchi: è "un esempio".

E allora, mi chiedo, come mai nel suo tempo e nonostante la versatilità artistica e la bravura (peraltro, lo dico ancora, riconosciutagli più oggi che ieri dagli artisti e dai critici e dai giornalisti più preparati e liberi), Virginio Bianchi non ha avuto i riconoscimenti che meritava?

E' un punto di domanda, che consentirebbe un approfondimento specifico, ma - in fondo - il tempo che è il miglior critico e il più severo, gli sta dando ragione: certo è che gli è mancata quella fortuna, "presa al volo" da altri, alcuni dei quali gli erano assai inferiori nella statura artistica.

La lettura della sua opera, oggi, 1999, a distanza di tanti anni dalla scomparsa, e verso il termine d'un secolo che qui in Versilia ha visto attivi anche i Carrà e i Funi, gli Annigoni ed i Carena, i Magnelli, come - ovviamente - altri nomi quali Vasco Giannini, Altemura e Miozzo, Santini e Pardini e via dicendo, può già essere effettuata, traendo alcune conclusioni.

Virginio Bianchi, dall'alto della sua visione artistica, ha saputo regalarci, in piena coerenza, l'interpretazione vera d'un esistere, in cui i disegni e gli oli, con tutte le tematiche affrontate e risolte armoniosamente, rappresentano un autentico "mosaico", che lo pone tra le maggiori voci del nostro Novecento toscano.

La Versilia poi, non dimentichiamolo, è sempre stata, anche in passato, restia alla novità collegata ad una pittura di ricerca, figurativa o d'altro tipo.
Non è in ogni modo azzardato, facendo un raffronto a livello nazionale, affermare che egli ha saputo capire un tempo di rinnovo, in cui la pittura e la grafica sono entrate attivamente a far parte d'un ambiente collettivo.

La cartellonistica d'arte e la pubblicistica, il manifesto che nel proprio spazio racchiude un messaggio commerciale d'un prodotto, o attira l'interesse verso un avvenimento, nell'artista massarosese, non diventa primariamente un lavoro per vivere, bensì l'occasione giusta per far capire l'arte con il suo senso attivo e moderno, mettendola al servizio di un'industria (turistica o d'altro tipo) che s'avvale di forme, linee e colori, per entrare nella psicologia del singolo.

Virginio Bianchi vive e riesce a vivere la sua realtà, e n'è affascinato: la luminosità e le vibrazioni della città, i ritmi incalzanti del quotidiano, gli fanno dipingere un'altalena d'emozioni e di riflessioni, espressa con opere in cui la figura e l'astrazione s'uniscono, materializzando nella complementarità, una visione autonoma ove il senso lirico ha funzione di "legante".

Se guardiamo attentamente le sue opere paesaggistiche, notiamo poi che l'isolamento di cui qualcuno ha parlato, cioè il "rinchiudersi" nella sua Massarosa, non è che abbia agito negativamente sul contenuto dell'una o dell'altra pittura, in quanto le sue ampie concezioni culturali, come i contatti umani e artistici forse non assidui, ma intensi, ci sono tutti. Completamente.

Una paesaggistica, la sua, ricca d'umori in una Versilia operosa, in parte ancora ricca di quegli ingredienti che furono così cari ai "pittori del Massaciuccoli", come a tanti altri autori.
In più, più di tanti altri, il pensieroso e introverso Bianchi, lontano da una pittura passatista e descrittiva, sa immergersi negli angoli magici d'un giardino, sa condurci per mano nelle zone umide del suo paese, sa donarci la poesia piena delle piccole cose d'ogni stagione, inserendo completamente nel lavoro, il senso attivo dell'amare la vita.

E' attuale e "moderno", pur vivendo nella ristrettezza mentale della provincia, quella stessa "provincia" che per anni non ha capito la levatura europea dello stesso Lorenzo Viani.

Il messaggio d'arte di Virginio Bianchi, accettato e compreso, come si è detto in precedenza, più che altro da chi si dedica attivamente e crede nella serietà della cultura, c'è davanti nella sua chiarezza, nell'intensità e nell'armonia totale d'un quadro dopo l'altro.

Sta al nostro tempo farlo conoscere soprattutto a quei giovani, i quali, in questi anni grigi e caotici, dove le luci sono davvero difficili a trovarsi, hanno bisogno di riferimenti sani su cui far leva, per credere ancora all'eternità di un'Arte che è dialogo e sentimento.

LODOVICO GIERUT

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