Virginio Bianchi

BIOGRAFIA SCRITTA DA ROSARIA BERTOLUCCI
NELL' ANNO 1980
- DECENNALE DELLA MORTE

Gli studi

Virginio Bianchi nasce a Massarosa in provincia di Lucca il 28 giugno 1899.

L’infanzia non è serena. La madre muore quando Virginio ha appena tre anni. Il padre, un modesto artigiano, mostra di non aver molto tempo da dedicare al figlio maggiore. Il bambino è sensibile e soffre dell’indifferenza dell’uomo che sembra preferirgli il fratello che ha solo un anno al momento della disgrazia.

Il ragazzo ha una spiccata predisposizione per il disegno e per la pittura. Frequenta con profitto le elementari già pensando di poter iscriversi al corso speciale di pittura all’Istituto d’Arte lucchese dove sono maestri l’umbro Umberto Prencipe e il campano Alceste Campriani ma il padre non è d’accordo: vorrebbe che Virginio imparasse l’arte per essergli presto d’aiuto nella bottega di falegname. Ma il ragazzo tiene duro e riesce finalmente ad ottenere il consenso di iscriversi alla scuola (1917). Si licenzia nel ’21 con il massimo dei voti.

Si lega a quel tempo d’amicizia con Lorenzo Viani sebbene il viareggino gli sia maggiore di diciassette anni. Vinto un Pensionato Artistico Nazionale, che gli consente di perfezionarsi a Roma, Mons. Nannini gli procura l’incarico di eseguire il ritratto del cardinale Tacci. Il ritratto piace al prelato che compensa il giovanissimo artista con una somma ragguardevole, nel febbraio del ’22.



Esperienze a Milano

Incoraggiato dal consenso riscosso con quel suo primo lavoro importante, Virginio decide di partire per Milano. Nella città lombarda resterà quattro anni.

E` il tempo in cui la cultura figurativa italiana, lanciata con il Futurismo nell’avventura europea, propone un’interpretazione della realtà in direzione – sia pure entro certi limiti – surrealista grazie all’opera di Giorgio De Chirico che tuttavia, dopo il ’20, già va ripiegando su temi rinascimentali in rapporto a quel ritorno all’ordine che nel nostro Paese prende consistenza in letteratura con l’attività de La Ronda e in pittura con il gruppo del Novecento.

Durante i quattro anni trascorsi a Milano, Bianchi si guadagna da vivere affrescando le pareti dei cafes-chantants, allora in voga, lavorando nel campo della pubblicità con gli pseudonimi di Virbia e Vubi e, intanto, accanitamente dipingendo, schiacciando sulla tavolozza il tormento dei giorni più difficili, di continuo costruendo e distruggendo i propri lavori nel tentativo di migliorarsi, imponendosi fin da quegli anni l’annullamento della materia accademica per essere sé stesso in un suo spazio in assoluta libertà d’interpretazione.

Nel ’27 vince il concorso per il bozzetto del manifesto del Carnevale di Viareggio. Il lavoro, presentato con il motto ”Vele di ritorno”, è prescelto dalla giuria all’unanimità su novanta: Pierrot si staglia sullo sfondo del Tirreno su cui navigano vele triangolari bianche e rosse. Il disegno verrà riprodotto sulla copertina dello spartito della canzonetta ufficiale del carnevale, un tow-step di Carosio su parole di Sappy.

L’anno successivo un altro disegno di Bianchi illustrerà la copertina dello spartito della nuova canzone ufficiale, questa volta di Icilio Sadun su parole di Del Genovese: nel raggio di luce proiettato dal faro, danza nel vortice di una stella filante, un clown tutto rosso.



Ritorno a Massarosa

Intanto, soppressa ogni manifestazione di vita democratica, fuoriusciti o ridotti al silenzio gli oppositori del regime, Mussolini cerca con la creazione dell’Accademia d’Italia, dell’Istituto fascista di cultura e con le scuole di mistica fascista di legare al partito anche la cultura e l’arte.

Virginio Bianchi, il ribelle, cui piace – come dirà lui stesso più tardi – nuotare contro corrente e spruzzare acqua sulle facce di basilisco che stanno alla riva, si rifugia nella solitudine di Massarosa in volontario isolamento ignorando le mitologie e le parole d’ordine ufficiali.

Ha pochi amici: Viani, Meschi, Catarsini, Santini, Palagi, Codino e Rita Marsili, la scultrice lucchese, conosciuta ai tempi dell’Istituto d’Arte e che gli resterà sempre affettuosamente vicina.

Nel ’32 si lascia convincere a ordinare la sua prima personale a Viareggio. Esporrà oltre cento pezzi ottenendo un ampio consenso di pubblico e di critica, giudicata la sua pittura schietta, con una narrativa ora sommessa ora impetuosa ma sempre personalissima. Se la sua pittura parte da un impressionismo post-fattoriano già allora se ne distacca – più che attraverso l’esperienza coloristica dell’impressionismo di tipo francese – per effetto di una sensibilità espansiva e delicata.



Il matrimonio

Nel 1936 sposa Enrica Biagi, maestra elementare. Il viaggio di nozze in Sicilia rimarrà fra i ricordi più belli.

Poi il ritorno a Massarosa, la vita usata, la necessita di sopperire alle esigenze della nuova famiglia. Nasce la figlia Alberta.

Virginio trova lavoro alla Beta Film a Firenze, una casa di produzione di cartoni animati che, all’insegna dell’autarchia, contesta la produzione disneyana. Crea così personaggi angolosi, vibranti e vivaci, emblema dell’uomo medio alle prese con la difficile esistenza.

La vita trascorre fra il lavoro e il tempo sottratto al riposo per poter dipingere. Giù per le piane di Massarosa, la cassetta a tracolla, nei pomeriggi domenicali tornando ad accostarsi all’arte per la necessita di esprimere quello che al suo spirito raccolto suggerisce la contemplazione della natura della sua terra. Nei caldi giorni estivi, quando lo zirlio dei grilli echeggia ovunque e in nessun luogo, spia – ed è gia notte – sospesi nell’atmosfera riflessi aerei come di laghi e di boschi. Anche nella stagione fredda resta all’aperto fino all’ultima lama di luce. Solo allora raccoglie pennelli e colori al bordo della marcita salutando le canne palustri che nella sua immaginazione diventano alte tanto da raggiungere il cielo.



La guerra

Gli avvenimenti precipitano. Nel ’39 Hitler e Mussolini diffondono il mito dei popoli giovani che si ribellano ai popoli decrepiti, degli affamati che sfidano i sazi. Le democrazie tentano di salvare la pace anche a prezzo dell’appeasement ma inutilmente. Il conflitto divampa. La Beta Film è distrutta da un bombardamento, Virginio è senza lavoro. Inizia un lungo periodo di stenti. Lo sfollamento – prima a Montigiano, poi a Fibbialla – gli affanni, il pericolo dei rastrellamenti, l’avvilimento di dover dipendere economicamente dalla moglie. Le lunghe ore trascorse nella casa fredda che gli è estranea, i gesti: accendere il fuoco, preparare il magro pasto... L’impossibilità di potersi procurare la tela su cui dipingere... Cosi Virginio adopera gli scuri delle finestre, la iuta dei sacchi, vecchi lenzuoli. Sono questi gli anni più amari e infelici.



La solitudine

Temperamento schivo e riservato e naturalmente disposto a restare nel guscio, a non comunicare, a bruciare in sé le sue scelte ma, nello stesso tempo, sensibile e emotivo, e disposto ad amare, a superare gli scrupoli di una condizione familiare rovesciata così si sente combattuto e insicuro. Solo la pittura gli consente di restare vivo, di sopportare.

Dipinge campagne aspre, povere di colori, avare di luci e di ombre, piatte e sperdute e, se in qualche quadro appare una riva, un approdo possibile, la riva è quella dei fossati della palude intorno alla quale Bianchi vive, prossima alle marcite, alle risaie. Ma sullo sfondo ci sono i colli che svettano verso il cielo, libero di nuvoli e sui colli ci sono gli olivi antichi che un soffio che par venga dal profondo fa d’argento.



Le mostre

Rotolano i giorni uno dopo l’altro e la guerra finisce. Bianchi, gia minato nella salute, continua a vivere nel suo volontario isolamento. Poi, improvvisa la voglia di uscire all’aperto. Sono gli anni fecondi delle personali. Agli amici di un tempo Alfredo Catarsini e Renato Santini – Viani è morto nel ’36 – altri si uniscono a incoraggiarlo: sono Elpidio Jenco, Carlo Pellegrini, Felice Del Beccaro, Nicola Lisi, Lanfranco Caretti, il giovanissimo Vasco Giannini e il poeta pisano Bruno Fattori.

Bianchi espone a Milano, a Montecatini, a Livorno, a Palermo e, nel ’59, nella prestigiosa fiorentina Galleria d’Arte Internazionale, poi a Montevarchi, a Massa, ad Arezzo e Grosseto e ancora ad Arezzo. Elpidio Jenco scrive dell’amico «il poeta della più delicata tavolozza (1948)» e Millet gli dedica un articolo su La Revue moderne a Parigi (1950). Bruno Fattori dirà che Bianchi «ha serbato l’uso delle terre che risponde a un senso solido delle cose, conforme all’origine toscana ma, alleggerendone il peso, è giunto a un neo-impressionismo ove gusto moderno dei colori squillanti e tradizione disegnativa paesana si armonizzano in modi propri ».

E` il tempo delle numerose collettive. Dell’opera del pittore di Massarosa, schivo e scontroso, scrivono Mario Lepore, Raffaele De Grada, Franco Sacchetti, Hasciar Ramussovich, Adelina Cestari, Danilo Fivizzoli, Luciano Bonetti e Landi e Bongi.

Una personale palermitana è un grosso inaspettato successo. Bianchi quasi incredulo legge alla moglie Enrica le parole scritte da Maria Poma Basile «... un impressionismo che ha innestato all’immediatezza della visione una mediazione cromatica e compositiva che appartiene alla pittura contemporanea così come certi valori costruttivi del quadro provengono da una disciplina spaziale e volumetrica che si richiama a Cezanne». Al di là del giudizio dei critici quel che importa sottolineare – ci pare – è il senso di gioia pittorica, di onestà, di pulizia e di chiarezza che emana dalla pittura di Virginio Bianchi, definita da Nello Ventura «rapida, dal tono preciso, dal colore dosato; fluida, mossa e nervosa l’articolazione della pennellata». Giona nel ’60 giudica la maniera del Bianchi non impressionistica ma tale definita per quanto concerne l’estrinsecazione del fatto artistico e non classificata in una determinata tendenza pittorica.



La malattia

Malgrado l’artrosi deformante che lo affligge, Virginio continua a lavorare con impegno ma il consenso del pubblico e della critica lo appagano solo per breve tempo, Torna in lui l’incertezza, il desiderio affannoso di migliorarsi e insieme l’angoscia di non riuscire ad esprimersi interamente e non pochi sono gli acquerelli e gli olii che distrugge appena compiuti, insoddisfatto di sé stesso. Inutilmente gli amici gli mostrano i ritagli di giornali in cui i critici vanno scrivendo di lui e della sua opera. Inutilmente scrive per lui Giovanni Nicosia: «Bianchi realizza il suo mondo interiore in espressioni di post-impressionismo aereo e luminoso, dalle pennellate secche e precise sebbene libere e istintive e caratteristica del suo stile e la leggerezza con la quale sa raccogliere momenti emozionali di un ambiente, di una atmosfera, in una sintesi estrema e con un’impronta tutta personale».

E Virginio Bianchi non è solo un abile paesaggista: è altrettanto valido ritrattista. L’amore con cui tratta i suoi personaggi, lo sguardo che getta nell’intimo del soggetto per conoscerne la vita interiore, la limpidezza delle tonalità, che vengono a far corpo con la figura, ricreano immagini fedeli all’essenza più costruttiva e i temi sono in funzione dell’antico desiderio di solitudine in cui avanza con l’insidiosa malattia – Bianchi soffre ora anche di diabete – il pensiero della morte.

Nascono cosi Il canale, La palude, Il rietto, paesaggi che sembrano rabbrividire nell’ora del tramonto, preludio di Aria di temporale.

L’ultima spiaggia e vicina. Dipinge ancora Bianchi le sue splendenti nature morte come quella dove il coniglio, ancora palpitante di vita, è gettato sulla carta paglierina i cui piani obliqui – come nota pochi mesi dopo la morte dell’artista la Toesca in Critica d’Arte Oggi – creano opposte situazioni di luce e d’ombra riportate allo splendore del pelame setoso dell’umile vittima.

Ora vogliamo riproporre Virginio Bianchi, artista ed uomo, Egli stesso negli anni della solitudine ha scritto la sua autobiografia cui ha dato anche un titolo, Il chiodo, forse con riferimento alla sua magrezza o forse alla sua fissa aspirazione a raggiungere l’assoluta perfezione; ma quel grosso brogliaccio è finito nella stufa di terra, distrutto come tante tele, come tanti disegni...


La fine

Abbiamo così tentato, suggeriti dalla memoria dell’unica figlia, di ricostruire l’esistenza dell’uomo che conosciamo attraverso gli splendidi autoritratti: il più giovanile in cui sotto l’ala del feltro i tratti si costruiscono in una efficace scherma tonale e la febbre degli occhi, che si indovinano mobilissimi, si specchia nel gelido brillio delle lenti, che una piega dolente incastra fra ciglio e ciglio;

testimonianza di uno stato d’animo che nei successivi autoritratti sembra superato in virtù non della rassegnazione ma della dignità – la dignità di un uomo cosciente, malgrado tutto, che la sua opera non e stata inutile e che un giorno sarà tratta definitivamente dall’antitesi di modestia e di orgoglio, di pena e di gioia per cui, vivo l’artista, è rimasta isolata nell’entroterra di Versilia fra l’azzurro del Tirreno e l’altro mare, il mare verde delle colline di Massarosa.


ROSARIA BERTOLUCCI


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Si parla inoltre di mostre di pittura.

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