Virginio Bianchi

visto da Dino Carlesi - 1980

Una vita di pittore quasi solitaria, disobbediente com’egli era alle imposizioni ufficiali e in polemica anche col potere estetico delle avanguardie commercializzate (quasi rivendicasse il diritto a rimanere un pittore di tradizione), Bianchi possedeva un eccellente mestiere e, benché risentisse del nascente postmacchiaiolismo, la sua prima esperienza grafica e cartellonistica ce lo rivela non disattento alla recente tematica futurista come anche ad una certa moda liberty o addirittura alle impaginazioni libresche di un De Carolis.

Questa sua formazione avveniva all’insegna della grande lezione francese dell’Ottocento, filtrata dalle sintesi formali e volumetriche di un Cezanne, se la sua pittura dopo il ’35 (ricordo solo il Padule del ’40) è gia cosi luminosa, materica, non naturalistica come i tempi e gli esempi imporrebbero.

L’uomo non era quieto ma vivace, insoddisfatto. Avvertiva forse il limite del provincialismo di cui era costretto a nutrirsi e l’apporto che gli sarehbe derivato se avesse avuto il modo e il coraggio di muoversi verso altri lidi; ma forse la malferma salute e una cocciuta e celata sfiducia di fondo verso sé stesso lo spingevano a restare, ad operare mutamenti solo nell’ambito di una poetica che correva inesorabilmente il rischio di farsi ripetitiva dei piu famosi modelli francesi e toscani.

Tuttavia Bianchi possedeva un alto magistero pittorico e molte tele rivelano quale eccellenza di risultati potesse egli raggiungere.

Nel dopoguerra, dopo una lunga pausa, le sue tele si impreziosiranno ulteriormente: qua e là faranno capolino, per esempio nei panneggi di alcune nature morte, perfino certe rigidità di tipo culbista oppure alcuni stupori metafisici, unitamente a taluni abbandoni morandiani.

L'artista è eclettico: nello stesso periodo produce tele di diversa ispirazione a riprova di alcune sue incertezze nella via della ricerca. Dal quadro delle Mondariso, solenne per i volumi e il controllato rispetto delle regole, passa a Casa mia, un gioiello fresco, libero, di alta fattura lirica.

Alla ripresa del ’58, e per tutto l’ultimo decennio di vita artistica, Bianchi scopre il gusto della sua libera creatività: i paesaggi sono sempre meno vincolati alla descrizione, anzi egli gioca con i colori, lascia addirittura scoperta la tela, pare che miri a sintesi diverse sempre con misurato equilibrio, senza fronzoli o sgrammaticature.

C’e una lunga serie di tavolette di paesaggi che rivela questa sua storia interiore, questo suo procedere per sintesi, per intuizioni rapidissime, alla ricerca della luce nelle varie ore del giorno, con Paludi essenziali, profonde, ritmate con pennellate che non vivono piu in funzione della precisione vedutistica ma dell’intrico emotivo che Bianchi si porta dentro, preoccupato di una resa lirica piu intima, piu raccolta, non declamatoria.

Infatti l’uomo andava accentuando le sue chiusure, i propri isolamenti, avvertendo l’urgenza del nuovo ma sapendo forse di dover restare fedele al proprio respiro, al proprio passo di pittore lontano dalle «mode» ma anche estraneo alle problematiche inquietanti che avevano scosso l’Europa artistica con Picasso, con Leger o Mondrian.

Bianchi non tradusse il suo dramma esistenziale, che pur visse, in esasperati linguaggi di tipo espressionistico ma scandì, al contrario, il suo silenzio umano in forme placate e gratificanti le sue inquietudini, alla ricerca di un’armonia che egli credeva di intravedere negli aspetti della natura.

Su questa strada egli trasferì le sue tensioni, andando oltre la banale effusione lirica o il piatto oggettivismo grafico, per penetrare a suo modo nella struttura delle cose e riportarvi un senso, una visione.

Non distruggeva l’oggetto, non dimenticava la collocazione spaziale, non scomponeva arbitrariamente i piani come i pittori dell’avanguardia: ma concludeva ugualmente in positivo il proprio minuzioso scandaglio, cioè si inseriva nel reale penetrandolo oltre le apparenze e ridando al linguaggio – a suo modo – lo stesso ruolo dirompente che poteva avere per altri artisti fuori della tradizione.

Il ritratto di Marco del ’62 o Il Rietto o il Palude del ’67 rispondono a precise istanze creative, con una ricerca psicologica e cromatica che non si adegua semplicemente all’immagine ma la penetra e la supera, quasi che il ritmo compositivo o la cromia di un verde, di un viola, di un azzurro facesse parte delle sue attese di artista, delle sue speranze, del suo destino.

Anch’egli tendeva a chiarirsi la trama misteriosa di un oggetto o di un paesaggio ma li salvava nella loro struttura volumetrica e coloristica nello stesso momento che li arricchiva di luci sue, di segni personali, di guizzanti ipotesi luministiche.

Ci potremmo chiedere, di nuovo, se l’isolamento a Massarosa puo aver nuociuto al nostro artista o se, al contrario, non gli abbia consentito di difendersi meglio dalle tendenze arbitrarie del tempo e dalle tentazioni artificiali ed effimere, per concentrarsi sugli aspetti duraturi e universali della vicenda umana e del suo ambiente.

E` certo, comunque, che da quella solitudine non venne gloria al pittore anche se quel soliloquio creativo si concluse con una produzione ricca e dignitosa, dove all’enfasi dei troppi dilettanti Bianchi sostituì il senso della costruzione pittorica, con pennellate sempre capaci di togliere peso alle cose materiali, di macerarle, di scioglierle in luce.

Moltissime tele sono a testimoniare che quel suo impressionismo non fu epidermico e spontaneistico ma mediato da un magistero e una cultura che gli consentirono di non rassegnarsi passivamente ad una supposta armonia delle cose naturali (il che accade ad una mediocre moltitudine di neoimpressionisti) ma di impegnarsi in un’opera di trasformazione della banale oggettività, rimanendo fedele al suo io piu autentico, non declamando mai i colori con retorica e sfarzo, riportando addirittura a serenità cromatica nuova situazioni naturali di per sé anonime o fredde.

Mi pare che la migliore celebrazione di Bianchi stia nella riaffermazione della fedeltà al proprio mondo, nel riconoscimento che la sua compostezza interiore e il suo orgoglio di uomo travagliato trovano rispondenza esatta in una pittura vigorosa e asciutta che ci ricorda molto da vicino quella troppo dimenticata di un Raffaele De Grada o di un Giovanni March.

Dino Carlesi







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