Virginio Bianchi

(Virginio Bianchi secondo Tommaso Paloscia - 1980)

Se n’era andato, questo pittore versiliese di Massarosa, nel medesimo silenzio che l’aveva ricevuto e coinvolto per tanto spazio della sua vita con discrezione, com’era sua abitudine di solitario, timoroso dell’importunità.
Ultimo autoritratto


L’equivoco, che incombe da sempre sull’arte sua, resiste; non avendo avuto il coraggio – lui bravo ma sfiduciato – di cancellarlo in vita, lo ha lasciato quale semplice ideale in una eredità testamentaria che ci obbliga, non soltanto come cultori d’arte ma come società civile, a ricevere il mandato non assolto.

E fare chiarezza oggi è difficile anche se, tra documentazione e ricordo, la figura di Bianchi va assumendo faticosamente i termini di una rispettabile identificazione.

E` un equivoco di fondo che ha giocato non poco su quella etichettatura di postimpressionista, generica e oziosa che non ferma uno spazio di tempo, una tendenza, un linguaggio; non specifica una scelta.

Tutto questo ha seriamente danneggiato la personalità, che tuttavia e stata notevole, di un Bianchi toscano a suo modo, erede eclettico di una cultura europea afferrata per tramiti e tenuta in sospeso fra le risaie di Massaciuccoli e le colline che incombono su Massarosa, come a restituirle quella genuinità di cui si era perduta memoria e che da tempo ha trovato rifugio nei lembi periferici della provincia.

Nell’opera fortunatamente vasta che di lui rimane va dunque ricostruita con ricerca sistematica quella cultura e con essa il complesso delle scelte consecutive attraverso le quali si identifichino i valori; e la personalità artistica di Bianchi venga fuori dalla foschia di una critica disattenta e pigra, venga fuori dell’equivoco.

Innanzi tutto, ordine nelle cose.
Ho avuto tra le mani alcuni documenti che interessano questa vicenda, nella quale si gioca persino nell’alterna accettazione della grafia del nome (Virginio e Virgilio) e si ricostruisce erratamente una data (non è di scarsa importanza ricondurre all’agosto 1932 la prima personale viareggina) che assume valore preciso come punto di riferimento nell’analisi.

E poi si sgombri il campo dalle allucinazioni stimolate dalla retorica di strapaese.

Bianchi parte da posizioni precise che sono in quel momento lo specchio di una situazione culturale media toscana, vale a dire una situazione che rifiuta nella cultura ufficiale i rivolgimenti storici che coinvolgono l’arte europea; anche se nella sensibilità e nell’intuizione di quel giovane pittore filtrano gli echi di determinate conquiste irricusabili in una pittura che ancora voleva dirsi moderna.

Le esperienze romane e milanesi sono di indubbio aiuto al processo formativo che va esaltando di pari passo – e perciò con grande capacità di sintesi – i valori della tradizione e le aspirazioni al nuovo.

La mostra del '32 a Viareggio, nella locanda ”La Pia” al Marco Polo, è il punto fermo di una diagnosi che ancora non e stata fatta.

Bianchi ha trentatré anni; sulle sue spalle ci sono già alcune scelte fondamentali che hanno lasciato lontano quella appropriazione di stile con cui aveva vinto il concorso per il manifesto del Carnevale del 1927 e ancor più emarginato il contagio di un tardo liberty, rimasto documentato in una partecipazione nuziale litograficamente realizzata nel 1924.

Centodieci quadri. E` passata attraverso quelle tele (vi figuravano due autoritratti uno dei quali esattamente riferito al 1927 e l’altro dall’autore chiamato invernale, probabilmente del ’32 stesso) la vera formazione artistica di Bianchi, sfuggita all’analisi critica per dispersione, anche per apatia.

Quel rinnovarsi dell’entusiasmo per la partecipazione al Premio Cremona sul tema della battaglia del grano è una parentesi, persino stilistica, di un pittore travagliato nella ricerca di una via che gli fosse congeniale e che non tradisse in alcun modo la realtà di cui si eleggeva a cronista e interprete nel medesimo tempo.

In quel travaglio stimolato dalla situazione politica, dagli eventi che lo videro alternativamente partecipe e recusatore, è forse la storia matura di quest’arte altalenante che enuclea alcuni tentativi di recupero e slanci improvvisi di una generosità encomiabile sotto tutti gli aspetti.

Gli autoritratti degli anni attorno al ’50, all’inizio degli anni sessanta e quello ultimo, da annoverare fra gli sforzi condotti nella definizione di un ordine stilistico che lo aveva tenuto in continua tensione, sono gli esempi puntuali di questi recuperi e rappresentano i momenti di estrema lucidità in un percorso trapunto da divagazioni illustrative, vignettistiche, in cui Bianchi voleva manifestare un talento versatile ma nei quali amava dare sfogo a quanto di futuribile avvertiva dentro di sé.

La paesistica, comunque, rivedeva l’ultimo decennio della sua attività impegnato in un ritorno alle prime espressioni vaporose, assolate, in una ricerca coloristica al limite del tonale.

Egli vi identificava il filone più notevole lungo il quale aveva espresso un mondo poetico fatto di solitudine, lontano dalle voci sempre più clamorose che la pittura europea e quella italiana, in diretta derivazione, levavano da ogni canto.

La provincia, quell’amatissima oasi in cui il pensiero poteva seguire senza troppe interferenze la propria logica, vi restava circoscritta per una premeditata rinuncia all’avventura.

Cosi come Soffici, dopo esperienze ben più ardite, aveva capito di dover fare, per ricondurre nell’ambito della civiltà della sua gente i suggerimenti delle avanguardie e le impennate culturali che lo avevano consacrato nel ruolo di pioniere dell’arte italiana.

Vi sono, nella vita di Bianchi, analogie profonde con l’ultimo eremita di Poggio a Caiano. Occorre individuarle con esattezza per restituire al pittore di Massarosa quello che l’inerzia critica gli ha sottratto.


Da ”ACCADDE IN TOSCANA” n, 2 (1997)

di Tommaso Paloscia, abbiamo tratto da pag. 35 ancora questo brano:

Appena nel retroterra, a Massarosa ad esempio, si erge stupenda la figura di Virginio Bianchi cresciuto con la testarda insistenza nel perseguire con pochissime disponibilità economiche ma con assiduo studio il traguardo che aveva nell’anima: fare il pittore.
E grande pittore è stato (è venuto a mancare nella primavera conclusiva dell’ultimo decennio, il 25 aprile 1970) legando la sua fama a una espressione naturalistica di ampie aperture alla interpretazione soggettiva e alla luce.

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