DAL 1946 AL 1960

1947 – PREMIO LETTERARIO


Sull’esempio della vicina Viareggio, nel 1947, un gruppo di giovani appassionati di “belle lettere”, fonda a Massarosa un “Premio Letterario”.


Paesaggio con il Colletto
Viginio presenta un proprio racconto, audace per quei tempi e molto moderno, che intitola “La luna precipita”.
Uno spaccato di vita massarosese, dell’immediato dopo-guerra, quando le truppe di colore avevano stabilito in paese un certo tipo di rapporti con alcune “signorine”.

Lo scritto incontra il favore della giuria ed ottiene il terzo premio, oltre all’entusiasmo dei compaesani che non finiscono più di applaudire.
Cerimonia conclusiva del Premio Letterario 1947


Così che, l’anno seguente, Virginio viene invitato a far parte della commissione giudicatrice, insieme a Lanfranco Caretti, Felice Del Beccaro, Nicola Lisi, Elpidio Jenco, Carlo Pellegrini e il giovane Vasco Giannini, segretario del Premio.

Questo rapporto certamente importante con personaggi noti del mondo culturale, conferisce al Bianchi una nuova carica.
Ed egli si adopera aprendo la propria casa a questi nuovi amici ed organizzandone le riunioni, persino con pranzi e cene a base di tortelli o cacciucchi, pagando a proprie spese una cuoca di mestiere e recandosi personalmente a fare la spesa a Viareggio in bicicletta.


La giuria del Premio Letterario 1948
Oneri che non sarebbero spettati certamente a lui se, come spesso accade, l’Ente Pubblico non se ne fosse lavato le mani o se gli sponsors dell’epoca si fossero preoccupati più dell’aspetto culturale della manifestazione che non delle toilettes delle relative consorti, che arrivavano alla “serata” del Premio, agghindate come principesse.

Succede così che Virginio, dopo un paio di anni, credendo di avere scoperto certi intrallazzi a favore di qualche concorrente poco meritevole, sebbene a malincuore, abbandona la Giuria del Premio Letterario.

Rimane, a proposito, un breve manoscritto a testimonianza di quanto è stato detto sopra, che ci sembra piuttosto significativo.


RIFLESSIONI DI VIRGINIO BIANCHI
SUL PREMIO LETTERARIO MASSAROSA


Non calpestate le viole del pensiero!
Calpestando le viole, voi calpestate i nostri amministratori .
Essi pensano.
Pensano alle bretelle gialle dei netturbini,
alla costante annaffiatura dei fiorellini, alla tenera erbetta,
agli isterismi della Signora Segretaria, alle diverse luminarie,
alla cena del premio letterario, al cosciotto di faraona
con patatine novelle (opera prima), alle proposte dei fratelli Baroni, al pianoforte verde, al centro storico di Gualdo, all’isola pedonale del capoluogo ed a tante altre stronzonerìe del genere;
e non pensano che le viole, dopo la stagione letteraria,
cioè dello sbafo in barba del citrullame, appassiranno
come appassirà tutto ciò che restò da pensare.



Testacuba - Sindaco di Angolare - ( dopo il ' 45)

Antonietta Pantalone - oggi ha messo un cappellone...(dopo il ' 45)



Treccialunga Pochintesta - (dopo il ' 45)

La Fata Azzurrina - (dopo il ' 45)



L’esperienza rimane comunque molto positiva, se non altro per i rapporti amichevoli e duraturi instaurati con Carlo Pellegrini ed Elpidio Jenco, il quale, in una dedica, definisce Virginio “poeta della più delicata tavolozza".
Fotografia di Elpidio Jenco con dedica a Virginio


Come pure per un certo sbocco nel lavoro, avendo ottenuto commissioni dalle ditte sponsorizzatrici del Premio, per l’allestimento di alcuni stands pubblicitari da collocare nelle più importanti Fiere regionali.

Inoltre, il quotidiano “La Nazione”, gli affiderà, per un certo periodo, la Cronaca relativa all’Arte sulla pagina di Lucca.
Ma anche quest’incarico sarà di breve durata, per le polemiche che i suoi articoli scateneranno a proposito di alcune non molto velate denuncie contro certi “censori” piuttosto noti nel settore.

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Autoritratto ovale
E siamo arrivati al 1950, tra alti e bassi, dovuti sia alla scarsa fortuna che al carattere non certo facile del nostro Virginio, certamente consapevole delle proprie capacità, ma suscettibile come pochi e mai disposto a retrocedere di un sol passo dalle proprie posizioni.

Intanto, la continua applicazione al disegno ed alla pittura, gli consentono di arrivare a lavori molto più complessi, con soluzioni nuove.
Le “Nature morte” acquisiscono addirittura “movimento”, tramite sapienti giochi di luci , ombre e trasparenze, ed i paesaggi o “scorci” di paesaggio, arrivano ad una luminosità solare;
e si coglie, attraverso il fogliame, persino l’intensità del vento.
Natura morta con uva


Alcune pitture, inviate a Parigi per una rassegna organizzata da una rivista d’arte moderna, testimoniano già questa nuova interpretazione di Bianchi, giocata su certe tonalità che, come affermerà poi nel tempo Dino Carlesi, egli usa “come se la cromia di un verde, di un viola, di un azzurro, facesse parte delle sue attese d’artista, delle sue speranze, del suo destino”.

Ma la vita quotidiana di Virginio, non gli consente grandi voli, nonostante qualche breve lavoro non molto remunerativo.
La figlia, ormai giovinetta, comincia a pretendere abiti e sandali alla moda, come quelli delle compagne del Liceo Scientifico di Viareggio; ed è la moglie Enrica che, in definitiva, continua a mantenere la famiglia, mentre il marito si priva di ogni soddisfazione per non sottrarre qualcosa dal bilancio di casa.
Conchiglie e bottiglia


Inoltre, la salute non lo aiuta, dato il persistere dell’artrosi e l’insorgere di nuovi inconvenienti, come l’allergia ai farmaci, cattiva circolazione e un po’ di diabete.

Così, i lavori più importanti li realizza tra le mura domestiche o nel giardino di casa.
E sono di questo periodo opere veramente notevoli, come un grande quadro sulle “Mondariso” con figure a grandezza naturale:
alcune donne sulla ruota che serviva a trasferire l’acqua da una risaia all’altra, oltre a due di loro sedute sull’argine a riposare; ed altre nello sfondo, curve nella risaia.

Della stessa epoca, il capolavoro “Casa mia”, che verrà poi elogiato nel 1958 anche da Raffaele De Grada, nella rubrica della RAI “Arti plastiche e figurative”.

Seguono altri “Studi per le risaie”, in prospettiva di
Bozzetto per risaia - n. 2
realizzare nuove pitture di grande formato.
E molti scorci del giardino, con la pergola dell’uva e le piante di agave.
I fiori di iris nella brocca di vetro, o gli alberi di ciliegio in fiore, visti dalla finestra della stanza da bagno, nell’orto dei vicini.

A volte, vengono a visitare lo studio altri pittori di Viareggio, tra i quali, il più assiduo, è Renato Santini.
Oppure è lo stesso Virginio che, la domenica, prende l’autobus e va a visitare le Gallerie di Viareggio o di Lucca, per ritrovare i vecchi compagni dell’Istituto d’Arte.


(Immagine correlata)
Altre volte, Virginio chiede alla figlia di accompagnarlo, ma lei smania per la compagnia delle amiche e raramente accetta l’invito; anzi, si sente addirittura oppressa da quell’affetto che ritiene soffocante.

Nemmeno la moglie, assorbita dalla scuola e dai lavori domestici, lo sprona minimamente ad evadere dalla quotidianità; così, quando ci sarebbe l’occasione per qualche viaggio, anche breve, egli rinuncia, sentendosi sempre più solo ed incompreso e adagiandosi in una situazione di frustrazione crescente.
(Immagine correlata)


Fino a demolire opere già pronte ed incassate per la spedizione alla Biennale di Venezia o per la Quadriennale di Roma, alle quali ogni volta è invitato a partecipare; o altri quadri iniziati da tempo, ai quali ha lavorato per mesi o per anni e che magari ha già esposto anche in qualche rassegna, come la splendida “Madonna della Pace” e un grande nudo femminile, per il quale la moglie aveva posato una intera estate.

Durante gli accessi d’ira, nei quali taglia le tele con il trincetto o spacca con l’accetta intere casse di legno colme di quadri, la sua sofferenza è tale che, dopo, sentendosi egli stesso completamente distrutto, deve lasciarsi andare sul letto, dove rimane in un bagno di sudore, a battere i denti, senza parole, nell’oscurità, con le persiane abbassate.

E rimane spossato e svuotato, per giorni e giorni, mentre la sua salute va peggiorando e la tristezza diventa sempre più opprimente.

Tra gli amici rimasti, forse il più assiduo sempre il poeta pisano Bruno Fattori, del quale pubblichiamo la seguente lirica dedicata a V.B.e intitolata:- VISITA AL PITTORE -



Virginio Bianchi n. 2


Virginio, il ritrovarsi
è un raccontare, senza
parole, tante cose
tra cui stese, l’assenza
il volo. Mentre “Niente!”
dice la voce, lieti,
gli occhi, degli occhi,
mirano alle pareti,
nei tuoi dipinti come
in storia si condensa
per forma e per colori,
la successione immensa
dei palpiti. A le porte
urta l’autunno l’ale
che rompe a questi poggi
ancor fresche del sale
delle tempeste. E ascolta,
Massarosa, gli olivi
risvegliati in argento
trascolorando i clivi
su cui alzano i pini
la bruna forza: appunta
ai grappoli, la vespa,
sussurri d’oro. E’ giunta,
Virginio, più raccolta
ora a le nostre fronti.
Più che seguire il fiume
è gran cosa, sui ponti,
sognarne, io, in canzoni
la corsa e, col pennello,
tu i mutevoli manti
e il profumo. E l’uccello
che saluta, dall’orto;
è forse l’anno. Resta,
di lui, qualche pensosa
eco nel cuore a questa
opera nostra. Oh voli,
voli oltre lago e ville
e boschi e Massarosa
verde e solinga, e mille
città d’ansia! A te l’ora
lascia, con dolci mani,
uno specchio e una rosa
per l’ora di domani.

Bruno Fattori.



P.s. - Caro Virginio, è appena sfornata e chi sa, quando ci sarà passato sopra del tempo, se mi sembrerà cosa da conservarsi. Ma, nata , in parte, per le vie di Massarosa e tutta piena di impressioni ricevute nella mia ultima visita a te, è giusto che te la mandi.
Un affettuoso saluto dal tuo Bruno.


Il romanzo autobiografico di oltre 2000 pagine, scritte con la penna stilografica, dorme dentro lo spazio ricavato in una delle sedie di cucina, ideate come contenitori, mentre le poesie stanno ammonticchiate in un comodino e le tele, o meglio “tavolette dipinte”, si accatastano negli angoli dello studio.
Bozzetto pubblicitario


Virginio cerca addirittura di ricontattare le Ditte di Milano o di Torino, per le quali aveva lavorato in gioventù, in particolare la “Martini & Rossi”, che gli commissiona alcuni bozzetti.

Ma egli si accorge ben presto che i suoi occhi sono molto invecchiati e la mano non è più sicura come una volta, nel tracciare linee.

Inoltre gli è stato chiesto di inserire in uno dei bozzetti una frase in Inglese, riportata su un quotidiano stampato in America, dove si reclamizzano i prodotti della Ditta.
Il Signore è servito ! - 1955


Ed egli si dispera perché – dice- quelle frasi in neretto gli rovinano il lavoro!

Spedirà quei bozzetti invano, perché, al momento, non saranno pubblicati.Vedi Catalogo del 1997, commissionato dalla Martini & Rossi, ancora proprietaria degli originali).
Sani Come un pesce -1953


La sera, di solito, Virginio si stende sulla poltrona a sdraio vicino all’apparecchio radiofonico e segue immobile le trasmissioni di “prosa” o di musica classica.
Commenta con amarezza e sarcasmo le notizie del “giornale radio” e le trasmissioni culturali.
Legge molto e tenta invano di imparare l’Inglese ed il Francese, poiché afferma di non avere abbastanza memoria.

Ripete continuamente di aver rinunciato ormai ad ogni propria ambizione e di desiderare soltanto un futuro migliore per la figlia, che vorrebbe diventare pediatra.
La vite


E per lei continua a nutrire un affetto quasi morboso, cercando di tenerla isolata dai coetanei e superprotetta, sempre col timore che ella possa, in qualche modo, sfuggire un attimo alla sua sorveglianza.


DAL 1955 – AL '57


Accade però che la figlia, ormai diciannovenne, prenda la tipica “sbandata” per un uomo di nove anni più grande e intenda frequentarlo, nonostante i divieti di Virginio.

Sono mesi di pianti e disperazione, litigi furibondi ed imposizioni insopportabili per la ragazza, la quale, sempre rinchiusa in casa a doppia mandata, abbandona l’Università e, appena compiuti venti anni, decide di sposare il giovane che ama anche senza il consenso del padre, con la “Dispensa Vescovile”.
L'agave e il muro dell'orto


Se ne va di casa nel febbraio del 1957, raccolti pochi effetti personali in una valigia, dopo ulteriori, drammatici scontri con Virginio.

Però, stranamente, la reazione all’accaduto, produce in Bianchi un effetto benefico.
Sentirsi offeso dalla figlia che, in un momento d’ira, lo ha definito “una nullità”, liberato dalla responsabilità di padre che lo ossessionava e trovatosi molto più tempo a disposizione, recupera la voglia di preoccuparsi ancora del proprio avvenire e di quello della moglie, rimastagli devotamente fedele per tutti quegli anni!
Prima del temporale


Così, dopo aver sfogato definitivamente la propria angoscia facendo a fettine con una lametta il “ritratto della figlia”, che aveva già modificato per ben tre volte ( come attestano le fotografie fortunatamente rimaste), timidamente, lontano dal paese e dalla Provincia di Lucca, ricomincia ad esporre le proprie opere.

Incoraggiato dalla critica e dal pubblico, riconciliatosi con la figlia che mai ha smesso di cercare i contatti con lui e che, nel frattempo, nel mese di novembre ha dato alla luce un maschietto, Virginio è pronto per una nuova vita.


Il fosso grande


Nel 1958, compie una mossa coraggiosa e si presenta alla “Galleria Gussoni” di Milano, con una presentazione scritta dall’amico Bruno Fattori, consapevole di dover affrontare una critica attenta ed un pubblico difficile.


MILANO -1958 –Mostra di VIRGINIO BIANCHI alla Galleria “GUSSONI”
Presentazione scritta da BRUNO FATTORI

Disegno e colore, parole visive che la parola apprende dalla natura, si sono prestati, non diversamente dalle parole della poesia, alle più disparate interpretazioni di artisti e di scuole, perfino condotti ai modi più impensati e strani.

Virginio Bianchi non tenta avventure clamorose: si accosta all’arte per necessità di esprimere l’idillio che, al suo spirito raccolto e mite, suggerisce la contemplazione ingenua della natura.

Disegno e colore sono tutt’una cosa nella sua pittura che, nata dall’accademia dell’impressionismo post fattoriano, se ne è venuta distaccando sempre più;
sia attraverso l’esperienza coloristica dell’impressionismo di tipo francese, sia per effetto della personale sensibilità espansiva e pur scontrosamente delicata.

Così ha serbato l’uso delle terre, che risponde ad un senso solido delle cose, conforme all’origine toscana ma, alleggerendone il peso, è giunto ad un neo impressionismo ove gusto moderno dei colori squillanti e tradizione disegnativa paesana si armonizzano in modi propri.

Ciò soprattutto nel paesaggio, dove l’artista ha meglio riconosciuto il proprio mondo lirico: paesaggio della sua Versilia tra mare e monte, dove egli silenziosamente ha lavorato in un ritiro di decenni, in un raccoglimento di ricerca interiore e di affinamento tecnico.

In questa mostra si presenta tutta una vita che, schiva delle risonanze della solita fama, si è bruciata nel silenzioso amore per l’arte.

La liricità di questi paesaggi si incentra, ora nella solitudine di un capanno, ora di un ponticello, ora nella chiara sequenza di poche case poste in secondo piano.
Solitudine che spazia, costì, nell’aprirsi della pianura verso una barriera di monti turchini; colà, in un lento ascendere e snodarsi di valloni sfumati dalla lontananza.

Ma sempre e dappertutto, in un particolare respiro della luce che avviva i colori anche attraverso diafane ombre, si distende sul suolo coltivato o selvatico e sulle acque; di qui risale riflessa in bagliori attoniti: luce che vibra nella trama del cielo, quasi sempre in sordina fra nuvole leggere e foschie, ma, a volte, di un nitore prezioso.

Una luce, talvolta, come di miele che impregna aria, vegetazioni, mura; oppure tale da inquadrare, sempre sommessamente, a crudezza di berillio, tutto il paesaggio.


BRUNO FATTORI



Casa mia
Il suo coraggio viene premiato oltre ogni aspettativa e le lettere che egli invia alla sua Ghiga, sono colme di entusiasmo e di soddisfazione.
Conoscerà molti personaggi importanti che definiranno la sua pittura “fin troppo bella” e, Raffaele De Grada, dirà che in “Casa mia”, “Capanno” e in qualche altro pezzo, l’ispirazione del paesaggio versiliano segue i più alti e nobili modelli della pittura di quel tipo, che sia stata fatta in Italia nel
“nostro secolo".





STRALCI DI LETTERE E CARTOLINE SCRITTE DA MILANO NEL 1958
DURANTE LA MOSTRA DI VIRGINIO BIANCHI ALLA GALLERIA “GUSSONI”

1 MAGGIO 1958 – (Cartolina postale indirizzata alla moglie)

Carissima,

domani è il gran giorno!
Ieri ho lavorato come un bue ed ho sudato come un macchinista.
Oggi ho conosciuto un sacco di gente, poi ti dirò.
Le mie cose piacciono assai. L’artista che mi ha preceduto da Gussoni è la moglie del Ministro Carli che ho conosciuto ieri……



LETTERA DEL 2 MAGGIO (Sera)

Mia cara Enrica, stasera apertura della mostra con un discreto pubblico ma mancanza assoluta di quello preferito, cioè critici, pittori, intenditori ecc…
Gussoni dice che verranno poi.

Però mi conforta il fatto che la mia pittura piace a tutti (qualcuno è entusiasta) e non lesinano complimenti. In complesso è una bella mostra.

Bruno Fattori mi ha fatto la sorpresa di venire a Milano e l’ho presentato a Gussoni, Di Ciolo e Signora, presenti all’apertura.

Sono all’albergo “la Fenice” in piazza Venezia e mi trovo abbastanza bene.
Ho già vuotato una bottiglia di camomilla con ottimo effetto.
Lepore, il noto critico d’arte, scriverà un articolo sul “Corriere d’informazioni”.

Peccato che gli inviti siano stati spediti in ritardo ! (il 1° Maggio ha rovinato tutto).
Poi ho rimproverato Gussoni che aveva messo in soffitta tutte le mie buste e i cataloghi che gli spedimmo; (700 lire buttate via per la spedizione) ma mi sono fatto sentire!

Ho messo la coda del diavolo ovunque. Gussoni ora è docile come un agnello.


LETTERA DEL 4 MAGGIO

Mia cara Ghiga,

ieri per me, è stata una grande giornata.- La mia mostra ha visto un numero imponente di visitatori, tutti concordi nel trovare le mie cose troppo belle, (Scemi!) moderne ed interessanti.

Ho avuto la gradita visita di Carlo Carrà, di Raffaele De Grada (parlerà alla Radio) – di Spilimbergo, di Greppi, di Ferrari, di Barbieri e di tanti pittori e pittrici ch’è inutile ti dica, tanto non li conosci!

Tutti hanno messo la loro firma nel mio registro e Gussoni ora mi dà del tu.
Gli artisti di qua mi vogliono socio del loro sodalizio “La Permanente” e mi inviteranno spesso alle loro mostre collettive.

Le richieste d’acquisto sono molte ma…nessuno si decide a dare il via.
Sono momentacci, con queste elezioni; anche chi dovrebbe spendere, non sa come regolarsi.

A De Grada, ( ch’è candidato al Parlamento per il P.C.) gli hanno imposto, per tutto il periodo elettorale, di trasmettere solo pezzi anonimi (senza firma) per escludere anche una minima parte di propaganda personale. Che mondo!.

Questa mia mostra serve a diradare i miei complessi d’inferiorità di fronte agli altri e certi cialtroni che mi guardavano dall’alto in basso non faranno mai, almeno a Milano, quello che ho fatto io.
E questa è la migliore risposta!



LETTERA DEL 7 MAGGIO

Enrica cara,

ricevo la tua affettuosa lettera con l’articolo che, immagino, abbia scritto la Cestari; ringraziala.

La mostra continua ad andare bene. Ho un gran numero di visitatori, anche illustri.
Ieri ho avuto Giorgio Nicodemi, uno dei più grandi critici d’arte.
Le congratulazioni non mancano.

Il successo è evidente, ma le vendite sono un caos.
A Milano sono 46 le mostre attuali e nessuno vende un quadro.
De Grada ha detto poco ma bene: non può parlare per 46 pittori per volta!
E’ già molto se mi ha selezionato.

Per le vendite, per ora siamo a tre pezzi ed alcune richieste di prezzi che non so dove sfoceranno.
Un quadro è stato venduto ad un collezionista di Parigi, uno a Livorno ed uno a Milano.



TUTTE LE LETTERE SONO FIRMATE CON LO PSEUDONIMO “VUBI”


Nel corso di un’altra personale, a Montecatini, Virginio conosce anche Francesco Amato, un avvocato palermitano che lo consiglia di esporre a Palermo.
Sarà costui ad occuparsi di trovare l’ambiente adatto e ad introdurlo negli ambienti culturali della città.

Così, dopo un’ulteriore mostra a Livorno, nel marzo1959 Bianchi è a Palermo, dove espone nel ridotto del Teatro Massimo, al Circolo della Stampa, ottenendo un grande successo e trovando amici generosi e disinteressati.
Spiaggia siciliana


Preso in considerazione dalla cronaca dei quotidiani e dai numerosi visitatori, osannato dai ragazzini che fanno a cazzotti per contendersi l’onore di portargli il cavalletto e la cassetta dei colori, dopo tanto tempo, ritrova il sorriso.

Il tenore Franzini, detto “Saturnino”, milanese ma al momento protagonista di un’opera al teatro Massimo, anch’egli pittore, lo accompagna in giro per la città ed insieme vanno a disegnare al porto o sulla spiaggia.

“L’ora”, giornale siciliano, gli dedica ampi servizi e la Regione Sicilia gli acquista alcune opere.
Case di Capo d'Orlando


Quando rientra a Massarosa, è dimagrito, ringiovanito, cotto dal sole ma felice.
L’esperienza siciliana porta sulle sue tele colori più accesi, pennellate più nette e decise, tagli più rapidi ed incisivi.

Nel Luglio dello stesso anno 1959, tornerà a Capo d’Orlando, gratuitamente invitato ad una mostra estemporanea e, pure in quell’occasione, si farà onore.
Sarà il Sindaco della città ad acquistare i suoi quadri.


Donna siciliana


Così, sorretto da un nuovo entusiasmo, Virginio promette di tornare presto in Sicilia.


LETTERE DALLA SICILIA


CARTOLINA POSTALE DEL 26/02/59

Enrica cara,

ti scrivo in fretta, poi seguirà una lettera, per dirti che il viaggio l’ho fatto con TE, come nel ’36, sulla stessa linea e nelle stesse ore notturne.
Sono arrivato con le ossa rotte e a grandi sbadigli.
Oggi ho dovuto subito lavorare come un dannato per gli indirizzi e per i quadri.
Il Dazio vuole impormi una forte tassa, Vedremo!

Qua è una gran banda! Devo fare tutto da me.
A Palermo è tutto più caro che altrove . Stasera dormo in albergo, ma da domani andrò in una pensione a prezzi ragionevoli.



PALERMO – 04/03/59

Carissima,

scrivo brevemente perché sono stanco.
Rientro a casa molto tardi, alle dieci di sera; devo cenare a quell’ora e poi vado a letto per rialzarmi alle sette del mattino.

La mia mostra piace assai……Molti elogi, molte chiacchiere che non fanno farina, articoli sui giornali dell’isola ed un lungo servizio a Radio Palermo.

Ora al mattino vado a disegnare le barche al porto ed i principali monumenti con un pittore di Milano che è anche tenore e canta al “Massimo” in un’opera.

Non penso che a voi e sogno spesso Tampussino. (Il nipotino Marco)..



PALERMO – 06/03/59

Mia cara,

ho letto oggi la tua lettera; il tuo affetto è tutto, per me….

La mia mostra piace, è visitatissima; i giornali hanno fatto articoli in terza pagina e la radio mi ha dedicato un servizio completo sul “Gazzettino siciliano”….

Mi sono fatto dei simpatici amici che mi tengono divertito.
Il celebre tenore della Scala, che attualmente canta al “Massimo”, Carlo Franzini, si è fatto mio grande amico e con lui si va in giro in macchina nei dintorni di Palermo,

Oggi siamo andati a Mondello, una località balneare stupenda, ed abbiamo mangiato pesce freschissimo sulla terrazza a mare di fronte al Monte Pellegrino.

Franzini ha voluto che fumassi anche la sigaretta e ci siamo fatti fotografare a colori, seduti al tavolo del ristorante.

Il successo morale, per ora, è alto, anzi, altissimo.
Sentirai poi cosa hanno detto alla Radio.
Ho l’estratto dattiloscritto che porterò a casa.

Per le prossima estate sarò invitato in Sicilia per un soggiorno, pagato, di quindici giorni a Naso, presso Messina, per un concorso di paesaggio.



PALERMO – 09/03/59

Mia cara,

ti scrivo dalla panchina di un giardino.
Stamani, come sempre, mi sono alzato alle sette ed ho disegnato fino ad ora, le dieci.
Faccio disegni rapidissimi, impressioni, come meglio posso.


In settimana andrò a trovare, su invito, il famoso pittore Camarda.
E’ un Dio dell’arte siciliana ed anche nazionale...


PALERMO – VENERDI’ 13/03/59

Carissima Ghiga,

ti scrivo per l’ultima volta da Palermo, città conturbante.

Faccio scorrerie sul porto e negli angiporti della città; scopro cose meravigliose e le disegno con tutta l’anima.

A Palermo non mi conoscono ed io ne approfitto per fregarmi della timidezza: infatti disegno in mezzo al marciapiede, contornato da un gran numero di curiosi, da preti, frati, fattorini e donne racchie...

Parecchi signori vogliono conoscermi; mi sto facendo reclame.

Martedì sera, con un biglietto d’invito dell’amico tenore, sono stato a tetro, al Massimo, in una poltrona delle prime file.
Si rappresentava “Il ratto al serraglio” di Mozart: uno spettacolo meraviglioso!

Mai avrei pensato di assistere ad un’opera. Molte signore seminude e signori in nero.
Cose che mi erano concesse, fin’ora, alla TV.
Mi è sembrato di sognare.

Per domani, sono invitato dai signori Savini ed alla sera, su invito dell’attore Annicelli, sarò ad uno spettacolo di prosa.
Come puoi capire, c’è qualcuno che mi stima assai!

In Sicilia la primavera è inoltratissima e fioriscono certi cavolfiori gialli ch’è una meraviglia!


Spero che Marchino e Rossana stiano bene. Tu starai benissimo…spero.

Ti bacio con tutta l’anima!

Nulla cambia fra noi, cara Ghiga: cambiano solo i giorni che passano.
Ma che speranza mi riserverà la vita? Quando potrò essere qualcuno?

Il tuo VUBI.







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