Virginio Bianchi

MILANO - 1958 - Mostra di VIRGINIO BIANCHI alla Galleria “GUSSONI”

PRESENTAZIONE scritta da BRUNO FATTORI

Disegno e colore, parole visive che la parola apprende dalla natura, si sono prestati, non diversamente dalle parole della poesia, alle più disparate interpretazioni di artisti e di scuole, perfino condotti ai modi più impensati e strani.

Virginio Bianchi non tenta avventure clamorose: si accosta all’arte per necessità di esprimere l’idillio che, al suo spirito raccolto e mite, suggerisce la contemplazione ingenua della natura.

Disegno e colore sono tutt’una cosa nella sua pittura che, nata dall’accademia dell’impressionismo post fattoriano, se ne è venuta distaccando sempre più;
sia attraverso l’esperienza coloristica dell’impressionismo di tipo francese, sia per effetto della personale sensibilità espansiva e pur scontrosamente delicata.

Così ha serbato l’uso delle terre, che risponde ad un senso solido delle cose, conforme all’origine toscana ma, alleggerendone il peso, è giunto ad un neo impressionismo ove gusto moderno dei colori squillanti e tradizione disegnativa paesana si armonizzano in modi propri.

Ciò soprattutto nel paesaggio, dove l’artista ha meglio riconosciuto il proprio mondo lirico: paesaggio della sua Versilia tra mare e monte, dove egli silenziosamente ha lavorato in un ritiro di decenni, in un raccoglimento di ricerca interiore e di affinamento tecnico.

In questa mostra si presenta tutta una vita che, schiva delle risonanze della solita fama, si è bruciata nel silenzioso amore per l’arte.

La liricità di questi paesaggi si incentra, ora nella solitudine di un capanno, ora di un ponticello, ora nella chiara sequenza di poche case poste in secondo piano.
Solitudine che spazia, costì, nell’aprirsi della pianura verso una barriera di monti turchini; colà, in un lento ascendere e snodarsi di valloni sfumati dalla lontananza.

Ma sempre e dappertutto, in un particolare respiro della luce che avviva i colori anche attraverso diafane ombre, si distende sul suolo coltivato o selvatico e sulle acque; di qui risale riflessa in bagliori attoniti: luce che vibra nella trama del cielo, quasi sempre in sordina fra nuvole leggere e foschie, ma, a volte, di un nitore prezioso.

Una luce, talvolta, come di miele che impregna aria, vegetazioni, mura; oppure tale da inquadrare, sempre sommessamente, a crudezza di berillio, tutto il paesaggio.


BRUNO FATTORI




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